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Dov'è
la mia carrozza,
la mia possente culla,
dalla quale ammirare i veloci giardini
velati dal crepuscolo incenerito da soavi acquazzoni?
È
nelle origini delle cose che occorre ricercare i movimenti intimi della
conoscenza. Chi scrive col sangue avalla la propria fedeltà alla vita,
chi dipinge lo spasimo e la tensione si riappropria del respiro del
mistero. Ritengo che l’arte debba quantificare e descrivere il vero, la
sostanza dell’unità, l’urgenza dell’esserci. Ecco perché prediligo la
forma, la certezza, l’accadimento.

L'artista nel suo studio
L’artista
deve percorrere tra le macerie della vita non per ratificarne la
miseria, ma per ristrutturare quei riverberi di luce deputati a
orientarne la rinascita.

Io
dipingo la vita che s’affranca dalle tenebre e che nelle tenebre trova
vigore per ricominciare. Lux et tenebrae nell’antica osmosi
dell’assoluto. Ritratti apparentemente fagocitati dal buio, ma
tremendamente vivi nei rivoli di luce e oro che celebrano l’epifania
dell’essenza.

E
in questo significato prende corpo il mio essere cosa tra le cose, la
consapevolezza di reinventare l’estatico furore della bellezza adornata
di crepuscolare luce mediterranea. Quella mediterranea energia votata a
impreziosire anche i più tenui bagliori di gemme, naufragate tra i
rutilanti tessuti damascati delle antiche e pur sempre attuali dame di
questo secolo. E in quest’estasi depurata di confusione e di velocità,
io mi perdo, voluttuosamente, tra le pieghe di un colore affine al mio
desiderio di afferrare la scintilla di un mistero appeso, come goccia
d’oro, ai fili della mia memoria.
Aldo Federico
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